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mercoledì 5 settembre 2012

Un piccolo angolo di paradiso


Aveva vissuto tutta la sua vita correndo su e giù, a destra e a manca, inseguendo un miraggio chiamato "carriera". Si affannava, si immergeva nel lavoro, dava a piene mani tutto il suo impegno, tutto il suo tempo nei progetti che seguiva, e dimenticava una cosa importantissima: Vivere.
La sua vita era scandita esclusivamente dagli impegni lavorativi, intervallati da qualche aperitivo, qualche incontro di lavoro a cena, qualche viaggio di lavoro o di piacere. E basta.
Non era felice.
Per quanto facesse, per quanto lavorasse, per quanto accumulasse denaro, non era felice.
Non c'era un solo giorno in cui il sole baciasse un suo sorriso.

Un giorno ebbe finalmente un' illuminazione: improvvisamente realizzò che la bellezza della Vita non era possedere tanti soldi, poter comprare oggetti costosi e abiti importanti, o fare viaggi sempre tutti uguali in posti alla moda, con persone alla moda, tutti con lo stesso bicchiere stretto tra le mani, la stessa musica martellante nelle orecchie, lo stesso giro di locali notturni in auto alla moda, e capì che non era quello stile di vita che avrebbe regalato la vera gioia ai suoi giorni.
Così dette una svolta decisiva e improvvisa a tutto ciò che rappresentava le sue giornate e le sue scelte.

Decise di ritornare alla madre Terra, abbandonò tutto, casa, lavoro, "amici", colleghi, e si rifugiò in un piccolo paradiso terrestre, un angolo verde nascosto tra i monti, davanti ad uno specchio d'acqua ancor più verde.
In quel piccolo paradiso sperduto, dimenticato da Dio e dagli uomini, raggiungibile solo dopo un lungo tragitto a piedi, c'era una piccola baita, una casetta tutta in legno come quelle disegnate nei libri illustrati di fiabe.
Se ne innamorò a prima vista, la sentì sua così come quando si ha l'improvvisa sensazione di essere già stati in un posto in un'altra vita.
E decise che quello sarebbe stato il suo piccolo posto nel mondo, e che lì avrebbe trovato la Gioia e la felicità vera.
Portò con sé solo qualche abito comodo in una valigia neanche troppo grande, abbandonando tutti i suoi tanti averi nella bella casa di città, e il gatto rosso, che ormai era diventato come una persona di famiglia.

Era sul finire dell'estate quando vi si trasferì...L'aria frizzante e fresca entrava nei suoi polmoni, abituati allo smog della grande città, come un balsamo, e il canto del silenzio era rotto solo dal lieve fruscio del vento tra l'erba, e della eco degli uccelli rapaci che volavano alti.
I profumi della terra erano inebrianti. Il cielo immenso. I colori vividi. Talmente vividi che riempivano immediatamente gli occhi di lacrime di commozione.

Il primo mattino nella sua nuova casa uscì in giardino, si mise a piedi scalzi sull'erba, con il gatto che gli si strusciava alle gambe, e si immerse in quella grandezza divina che si stendeva davanti ai suoi occhi.

Aveva allestito un piccolo orto nel giardino antistante la casa, che gli avrebbe regalato il minimo indispensabile per vivere, e aveva fatto anche un po' di provviste per affrontare i lunghi periodi di solitudine.
Al mattino, andava sulla riva del lago e pescava con una semplice lenza ciò che poteva.

Quando il pastore saliva fin lassù per portare le sue capre a pascolare, gli offriva sempre del latte fresco appena munto o gli portava dei formaggi e dei salumi.

Tutto era finalmente perfetto.
In quel silenzio riusciva a sentire la sua anima parlargli, e finalmente quando il sole del mattino arrivava a baciare quel piccolo angolo di paradiso, riusciva ad accoglierlo con un sorriso.
In quel posto, in quel silenzio, in quell'abbandono alla grandezza divina, aveva scoperto la sua voce.

Ma infine venne l'inverno.....



E l'inverno, si sa, sa essere duro come la pietra.
Il lago ghiacciò, la terra scolorì rubando i dorati colori dell'autunno, il sole iniziò a spuntare sempre più raramente tra le nuvole, e il vecchio pastore non venne più a rallegrare le sue giornate con il concerto di campanacci e i profumi di latte e formaggi ed erba masticata.
I colori. Dov'erano finiti i colori vividi e brillanti che gli riempivano gli occhi di lacrime di gioia?
Sciolti in un mare di bianco e di grigio.

Improvvisamente tutto quel silenzio iniziò a diventare pesante come un macigno.
Silenzio e bianco, solitudine e sensazione di abbandono, e tutta quella grandezza divina che fino a qualche mese prima gli era sembrata un dono, improvvisamente gli sembrarono una condanna.

Col passare dei giorni il rumore della pioggia sul tetto, o il silenzio spettrale della neve sulle finestre, iniziarono a spegnere il sorriso tanto cercato che neanche il crepitio del fuoco nel camino riusciva a scaldare, così il malessere riprese il sopravvento nelle sue giornate, sempre troppo buie e solitarie.

Era un mattino di quasi Natale quando decise di incamminarsi verso il paese, distante dalla sua baita alcune ore di cammino nella neve .
Decise che quel giorno lo avrebbe trascorso insieme ad altra gente, e non importava chi fossero, non importava dove fossero, non importava null'altro che il suo bisogno di incontrare altri occhi, altre mani, altri volti, altre voci, altre vite.

Camminò a testa bassa, con le ginocchia affondate nel bianco gelato, con la forza di chi insegue un sogno.
Non sentì il vento che gli sferzava il viso, né la neve entrargli fino in fondo alle ossa, né la stanchezza piegargli la schiena.
Camminò, e camminò, e camminò.
Finché giunse alle prime case.

Vide da lontano le luci illuminare le finestrelle chiuse, sentì i primi odori di cibi cotti con amore e di legna ardente aleggiare nell'aria, le sue orecchie udirono i primi rumori che non fossero i suoi stessi passi nella neve croccante, e ricominciò a sorridere dentro.

A un angolo di strada trovò una locanda, la cui insegna si vedeva a malapena nella coltre di neve; vi entrò e si sedette ad un tavolo vicino al fuoco.
Si scrollò di dosso la stanchezza come fosse un cappotto, indossò un sorriso e ordinò il piatto del giorno.
Si sfregava le mani ancora intirizzite dal gelo che sembravano così sciogliersi pian piano, come fossero state anch'esse di ghiaccio, al contatto con l'aria calda e accogliente di quel piccolo locale, e iniziò a guardarsi intorno.

Ad un tavolo poco distante dal suo c'era una coppia che si teneva per mano, e parlava fitto fitto di chissà quale progetto, o anche semplicemente di quanto si amassero.
I loro sguardi si incrociavano, giocavano, parlavano con gli occhi, attraversavano il vetro dei bicchieri colmi di vino, mentre sorseggiavano e ridevano, e parlavano, e si sfioravano le mani, ed erano totalmente persi l'uno nell'altra.

Ad un altro tavolo c'era un uomo solo che leggeva il menù della casa, e sembrava dovesse decidere per la vita o per la morte, e non semplicemente per un pasto da consumare.
Aveva un viso grigio, avvizzito, e un sorriso come una ferita sul viso.

Al bancone della locanda c'era una ragazza che asciugava dei bicchieri appena usciti fumanti dalla lavastoviglie. La ragazza canticchiava tra sé e sé mentre lavorava, a bassa voce, eppure l'udito, abituato ormai al silenzio, percepiva chiaramente la lieve melodia stretta tra i denti.

Ad un altro tavolo c'era una famigliola composta di tre persone, il cui fulcro era la stupenda bambina dalle lunghe trecce bionde, dell'età di circa quattro anni, che era costantemente coccolata e aiutata nel conoscere le cose della vita dai suoi premurosi genitori, che stavano lì ad insegnarle come tagliare per la prima volta da sola la piccola salsiccetta che aveva nel piatto, o come sollevare bene il bicchiere senza versarne il contenuto.
Ogni tanto la forchetta o il coltello, strette tra le sue manine, scivolavano nel piatto e le sue risatine riempivano l'aria.
" Non ci iiesco, mamma. Me la vuoi taiiae tu, pee favoe?"
E la mamma le accompagnava la manina per farla sentire sicura che sarebbe riuscita a fare quello che credeva di non riuscire a compiere.

Era bastato vedere solo un po' di vita intorno a sé per ritrovare la serenità.
Guardare volti sconosciuti, provare ad immaginarne i pensieri, era sempre stato un gioco che amava fare durante l'adolescenza, quando al mattino si ritrovava nella folla di un autobus per andare a scuola, e trascorreva il suo tempo osservando gli altri viaggiatori.
C'era sempre qualcuno che attirava maggiormente la sua curiosità, per una particolare espressione del viso, o per  un particolare dell'abbigliamento che lasciava pensare a provenienze strane. Anche quel giorno si sentiva nuovamente come quando da adolescente spiava, da dietro lo zaino appoggiato in grembo, le persone intorno, e ne rubava con gli occhi un pezzettino di vita, disegnato nelle piccole rughe della fronte, o nei colori degli abiti scelti, o nei movimenti delle mani intrecciate. Sollevò il bicchiere ripensando ai vecchi tempi, assorbì il colore rubino del vino e, nel mentre avvicinava il bicchiere alla bocca, si vide nel riflesso bombato del vetro che stringeva tra le mani. Aveva sempre evitato di far incontrare i propri occhi con quelli degli altri, quando restava lì negli angolini in cui amava rintanarsi e dai quali amava osservare il mondo, e si rese conto di non guardarsi mai davvero allo specchio. Da quanto tempo non si guardava più? da quanto tempo non accarezzava le rughe agli angoli degli occhi o i piccoli segni ai lati della bocca? Da quanto tempo non provava a guardarsi negli occhi e scoprirne le piccole pagliuzze dorate in un lago profondo? a leggerne i pensieri? Forse non lo aveva mai fatto per davvero....e capì, lì a quel tavolo di quella locanda, davanti a quel fuoco scoppiettante, che la sua fuga nel piccolo angolo di paradiso, davanti a quel verde specchio d'acqua, forse era stato solo un modo per non voler ammettere, per non voler riconoscere, per non voler capire, una sola, piccola, grande verità: la sua non era stata una fuga dal mondo caotico del lavoro, ma una fuga da sé. Un brivido percorse la sua schiena, eppure non faceva freddo. Si guardò nuovamente nel riflesso del bicchiere, e lì, proprio tra le sue dita, vide il suo piccolo angolo di paradiso nel profondo blu dei suoi occhi.

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Chi è Manuela Rossa

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Manuela Rossa è un personaggio di fantasia, una sorta di "alter ego" di una donna che ha scoperto il potere dell'immaginazione e della scrittura per raccontarsi innanzitutto a sé stessa. I suoi scritti sono frutto di fantasia e non attingono che in modo marginale alla vita reale.

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