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sabato 8 settembre 2012

La gattara

Mi chiamo Marisa, e sono la gattara del quartiere.
Tutti mi considerano una pazza perché mi vedono uscire in vestaglia e ciabatte, con i capelli come un cespuglio scolorito, o perché mi sentono parlare con i gatti come se fossero persone.
Ma loro non sanno....non possono capire.

Da quando il nostro unico figlio è morto di overdose, e da quando mio marito mi ha lasciata per fuggire chissà dove con una ragazza ucraina, i gatti mi hanno salvato dalla pazzia.
Ogni giorno la rabbia mi consumava dentro, mi toglieva il fiato, le forze.
E poi scoppiava improvvisa come un temporale.
Ogni giorno rompevo un pezzo della mia casa, della mia vita, urlando; non importava che fossero piatti, bicchieri, vasi. Dovevo rompere qualcosa, sentire lo stesso strappo, la stessa lacerazione, lo stesso insopportabile rumore che sentivo dentro la mia testa, anche fuori da me. Dovevo urlare il mio dolore.
Ho rotto anche tutti gli specchi, a dispetto delle scaramanzie più cretine.
Tanto i miei sette anni di sfiga li avevo già avuti.
I vicini di casa varie volte hanno chiamato il 118 per paura che potessi fargli del male, durante i miei accessi di ira. Sono stata legata ad un letto, sedata, privata di ogni dignità. Imbottita di psicofarmaci che mi facevano parlare come se avessi avuto un cucchiaio di colla in bocca.
Ma loro non sanno...non potevano capire.

Io rompevo tutto quello che mi circondava e che mi ricordava in qualche modo i miei errori.
Errori di madre innanzitutto, di madre incapace di proteggere mio figlio dalla droga.
Errori di moglie, per non essere stata capace di farmi amare per sempre da quel vigliacco...
Rompevo i ponti con il passato rompendo gli oggetti di cui ero circondata.
Combattevo con le voci che incessanti mi chiamavano, da dentro la mia testa, e mi deridevano, mi urlavano la mia pazzia. Vedevo ombre sui muri, sentivo spifferi improvvisi, e sentivo le voci dei morti darmi il tormento tutte le notti.

Uscita dall'ospedale per la seconda volta, mi sono promessa di non ricaderci più, e così mi sono chiusa nel mio mutismo.
Quando sentivo la rabbia salire improvvisa, uscivo di corsa da quella casa maledetta, anche in vestaglia e ciabatte.
Tanto non me ne fregava un cazzo del mio aspetto esteriore, non dovevo piacere a nessuno.
Seguivo solo l'urgenza di scappare e non rompere niente. Per non ritornare su quel letto d'ospedale, legata come un cane bastonato, addormentata nello spirito e nel corpo.

Ed è stato durante una delle mie fughe da casa che ho conosciuto i miei gatti.
Sono loro la mia famiglia ora, l'unica fonte di affetto sincero, l'unica compagnia nelle mie giornate solitarie. Loro non hanno paura di me.
Ogni mattina mi sentono arrivare da lontano e sbucano da ogni pertugio, da ogni anfratto, da sotto le auto parcheggiate, o dai giardini in cui si riparano, e mi corrono incontro.
C'è Cindy, la più anziana, che ho chiamato così per le sue adorabili scarpine di pelo bianche.
Il giorno in cui la trovai mi sembrò una piccola Cenerentola, tutta sporca, grigia, ma con quei piedini bianchi che sembravano scarpine di cristallo. Aveva paura inizialmente, ma aveva anche tanta fame, e il profumo del prosciutto nel panino che stavo mangiando, seduta su una panchina, le dette il coraggio di avvicinarsi quel tanto che bastava per chiedermi con gli occhi e qualche miagolio di poter avere anche lei un pezzo di quel che avevo tra le mani.
Da allora diventammo amiche, e credo che poi sia stata lei a dire in miagolese anche ai suoi altri amici che di me si potevano fidare.
E così il giorno seguente, quando andai di nuovo su quella panchina a rimuginare sulla mia vita, con lei arrivò anche Romeo, un bellissimo gatto rosso, dall'aria sfrontata e battagliera. Aveva varie ferite di guerra, un naso tutto graffiato, ma un'aria fiera e coraggiosa. Detti anche a lui parte del mio pranzo.

Mi sedevo lì e lasciavo che mi corteggiassero per avere un boccone...
E ogni giorno si ripeteva come un rito il nostro incontro.
Mi calmava accarezzare quei peli sporchi e ispidi.
Eravamo uguali, soli, abbandonati al nostro destino.
Oggi il nostro è più un incontro tra amici che uno tra gattara e gatti affamati.
Parliamo di tutto, loro mi mostrano sempre il loro affetto. E conosco il carattere di ognuno di loro.
Lì, sotto a quel muretto, c'è sempre Wudi, il gatto più fifone di tutti ma che ha un debole per i wurstel.
Per questo l'ho chiamato Wudi...
E poi ci sono anche tutti gli altri, Zeus, Moira, Tigre, Lalla, Nerina con tutti i suoi numerosi cuccioli.
Non sono mai riuscita a contarli tutti, ma saranno almeno una dozzina di gatti che ogni giorno parlano con me e mi ascoltano.
Loro si che mi ascoltano.
Hanno ascoltato buoni buoni tutta la mia vita, i miei sfoghi, e quando mi hanno vista piangere, mi hanno dato amore, mi hanno fatto le fusa.
Loro sentono i miei stati d'animo.
Si accoccolano vicino ai miei piedi, qualcuno più ardito sale sulla panchina e si struscia al mio braccio per farmi capire che mi vuole bene.
Perché non è vero che i gatti non amano nessuno. Loro sanno essere più fedeli di un cane. Più fedeli di un uomo.
Quando Nerina ha avuto la sua ultima cucciolata con Romeo, lui è cambiato. Da gatto sfrontato e battagliero si è trasformato in premuroso papà. Quando lei era nella cuccia che le avevo preparato nell'angolo più riparato del giardino, fatta con un bel cartone con dentro una copertina di pile, lui le faceva la guardia, le strofinava il muso sul suo, come per baciarla, e quando lei si allontanava un attimo per andare a mangiare, lui restava lì e faceva attenzione che i cuccioli non uscissero dalla improvvisata cuccia.
Tutti rispettano le regole gerarchiche e nessuno si permette di mangiare prima che abbia iniziato a scegliere Cindy. E' lei quella che comanda. E' lei quella che per prima si è fidata di me, che si è messa in gioco per un pezzo di prosciutto. Ed è lei che sceglie se gli altri possono o non possono mangiare.
Quando torno verso casa, i più coccoloni, in genere i cuccioli, mi seguono sempre fino al portone. A volte rischio anche di cadere inciampando nelle loro zampe. Vogliono sentire il contatto con il mio corpo fino all'ultimo istante. Camminano a zigzag tra i miei piedi, strusciandosi e cercando di mantenere il passo.

Non ne ho mai portato uno a casa, anche se per qualche istante ci ho pensato, ma poi la consapevolezza che la mia casa sarebbe stata una prigione anche per loro mi ha fatto cambiare idea.
Così ora sono sempre io che vado da loro, lascio che siano loro ad accogliere me.
Sono gattara da diversi anni ormai, si, ma sono i gatti che si sono presi cura di me, non il contrario.
Mi chiamo Marisa, e con i gatti non sono più una donna sola.



2 commenti:

  1. Toccante e intenso, mi ha commosso.

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    1. Commuove sempre anche me, perché la pazzia spesso spaventa chi osserva dall'esterno, ma quasi mai si considera che è provocata da un carico di dolore che alcune menti non riescono a sopportare. Rinnovo gli auguri di buon Natale.

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Chi è Manuela Rossa

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Manuela Rossa è un personaggio di fantasia, una sorta di "alter ego" di una donna che ha scoperto il potere dell'immaginazione e della scrittura per raccontarsi innanzitutto a sé stessa. I suoi scritti sono frutto di fantasia e non attingono che in modo marginale alla vita reale.

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